Lo scorso anno, qualcuno parecchio più giovane di me, attivo, impegnato, efficace in ogni intervento, apprezzò la perseveranza spesa nella promozione del mio ultimo libro.
Mi riconosco nella caratteristica sottolineata perché mi è propria, per indole e formazione. Riconosco tuttavia che, negli ultimi tempi, o il clima generale, o l'umore, o l'età in itinere con i cambiamenti correlati, o un'accentuata stanchezza fisica esito di altre attività manuali, hanno di fatto allentato la tensione operosa sia della scrittura sia della promozione; qualcosa o qualcuno ha spostato verso l'alto la lente lungo l'asta graduata del mio metronomo che dunque scandisce ritmi più pacati.
Insomma, procedo lenta in cerca di consonanza con un livello adatto. Adagio, Larghetto, Andante, Andantino... non so, lo troverò. Intanto, pastosa come il suono di un corno, è arrivata l'opportunità di una gara priva di agonismo – come piace a me – a scuotermi dal torpore e spronarmi. Era possibile partecipare con due opere, raccontate con trecento parole al massimo. Ho scelto di concorrere con il primo e l'ultimo dei miei libri in ordine di pubblicazione e ho pensato di utilizzare il metodo per spolverare anche gli altri. Non sia mai che ci si scordi di loro.
Sono tutti libri solidali, a sostegno di altrettante buone cause alle quali sono destinati tutti i proventi delle vendite. Dunque, acquistando uno di questi libri si aiuta qualcuno che si adopera per gli altri, quadrupedi e bipedi. E perché si dovrebbero acquistare?, il giro così diventa lungo e, in fondo, se lo scopo è aiutare, si può donare direttamente. Vero, si può. Resta il piacere della lettura che ho la presunzione di sollecitare con trecento parole al massimo.
Queste le trecento parole per Io ho sempre parlato. Vita di un cane unico con umani normali. Qualcuno mi ha detto che non l'ho scritto io, ma Pedro. Possibile, io l'ho scritto per sopravvivere.
Mi chiamo Pedro, sono un cane e sono morto; ciononostante “parlo” in questo romanzo che racconta di me, dei miei umani e del mio erede, mio fratello anche se non di sangue.
Se lo vedeste ora, nella cuccia che è stata la mia, spaparanzato pancia all'aria, mentre russa in un sonno profondo, vi fareste di lui un'idea sbagliata. Oggi è così, ma appena arrivato... ci si poteva scrivere un romanzo. E la mia umana adorata lo ha scritto e pubblicato e ha pure ricevuto una menzione di merito, un secondo posto e venduto parecchie copie. Con il ricavato – tutto – ha aiutato e aiuta un canile in Sicilia.
Nel romanzo, una voce narrante racconta la vicenda e io “parlo” in corsivo con mio fratello. Come si chiama? Anche il suo nome fa parte della storia, che inizia con un matrimonio al quale avrei dovuto assistere, ma non sono arrivato in tempo, e con un regalo di nozze. So cosa state immaginando ma non voglio darvi né conferme né smentite perché spererei di invogliarvi alla lettura. Vi dico solo che mi prendo il ruolo di protagonista, come del resto titolo e immagine di copertina suggeriscono; lascio quello di comprimario a quel testone, cocciuto come si conviene a un calabrese, di mio fratello. Per fortuna ha me, che lo sorveglio ancora, in spirito. Sono sempre stato un cane saggio, paziente, intelligente e un po' filosofo: non avrei potuto sopportare altrimenti la malattia degenerativa che mi ha ridotto su un carrellino; ho resistito il più possibile per i miei umani, per i quali sono stato in tempi e modi diversi indispensabile fonte di vita. Lasciarli lì, da soli, non è stato facile neanche per me. Ora li guardo e rivivo ogni volta che la mia umana adorata scrive di me, come adesso.
Lascio qui la possibilità di curiosare oltre, tra le pagine del libro, leggerne parte, acquistarlo.
Perché?
Perché quando il tuo animale muore, il dolore è devastante.
È un momento inevitabile, doloroso in qualsiasi modo accada, drammatico quando una decisione va presa e devi.
Lascerà una ferita aperta, sempre e per sempre, sulla quale il tempo potrà ben poco.
Molto di più saprà fare un'altra creatura come quella che ti ha lasciato.
Eppure, quando vivi questo lutto, non c'è peggior frase che si possa sentire della tipica «prendine un altro», sia pure consolatoria nelle intenzioni.
Vai a quel paese, ti viene in mente subito: non ne voglio un altro, non ce n'è un altro; ma taci per educazione e anche perché sai che il consiglio inopportuno è sensato. Non per te che stai male, ma per “l'altro” al quale darai una vita degna.

