Si resta avvinghiati alla trama di Leonardo. Il mistero della sala del tesoro, giallo che – come chiosa l'autore Carlo Catturini – è «vicino ai misteri delle camere chiuse di inizio Novecento» (p. 254).
Ambientato nella Milano sforzesca, è risolto da magistro Leonardo nei tempi richiesti dal Moro: la settimana, tra il 3 e il 9 febbraio 1498, che passa tra il rinvenimento del cadavere e lo svolgersi di un evento già previsto in quella sala, la stessa del delitto. È l'unico accenno che si può anticipare, tutto il resto è da scoprire ed è avvincente.
Vero e verosimile si fondono in questo romanzo – che racconta anche quanto l'uomo sia prevedibile, mosso da motivazioni capaci di affinare nei secoli semmai la brutalità e lo sfruttamento degli altri – in modo tanto armonioso da non curarsi più della differenza, fino al punto di non volerla individuare.
Si sfoglia una pagina dopo l'altra e ci si muove a Milano a fine '400, si riconoscono i luoghi, si ascolta la lingua locale, si ragiona con Leonardo da Vinci. Bellissimo! Specie per chi a Milano è nato e vissuto e soprattutto per chi di Leonardo e del suo genio è intriso. Mi riferisco all'autore (storico dell'arte, appassionato di archivistica, esperto della storia del Castello Sforzesco e dell'attività lì svolta da Leonardo in quel periodo) e a chi ha iniziato a conoscerlo muovendo i primi passi tra le citazioni delle sue più celebri massime, riportate con fregi del ventennio, sulle pareti della propria scuola elementare a lui intitolata. Non si volge chi a stella è fisso: e chi se lo dimentica? Che poi ci sia per me un legame ancor più stretto con quel luogo in cui mia madre ha insegnato fino alla pensione, è altra storia, sia pur connessa; così come la circostanza che l'autore è stato un suo alunno.
Di fatto, Leonardo, lo sguardo, la chioma, il mistero e l'auctoritas che emana sono di famiglia. Ricordo come fosse ora la suggestione provata davanti all'affresco in Santa Maria delle Grazie appena restaurato. Ci avevo portato una mia classe. Non credo di essere stata capace di comunicare ai miei alunni quella straordinaria magia, ma l'ho ritrovata in questo libro che mi ha restituito un personaggio caro, una personalità «così sfuggente, così autonoma, così poco rispettosa delle gerarchie e delle etichette» (p. 218) ma resa familiare come l'ho sempre percepita.

