1956: fu l'anno di una nevicata che già allora, con inverni di norma rigidi, era citato come evento epocale.
Si narra che proprio in quei giorni di freddo barbino, a Milano, al settimo piano di via Pacini civico 61, mia madre avvertisse un senso di nausea al profumo del caffè mattutino; strano, come il ritardo, attribuito ad una pur precoce menopausa. Invece, ero io, che oggi ho compiuto i settanta.
Me ne sento una cifra fantasmagorica di meno, ma apprezzo davvero alcuni vantaggi dell'invecchiare, quel finalement di Leluche; finora senza troppi malanni, per fortuna.
Non devo più lasciare il mio mare proprio a settembre, nel momento migliore, per tornare in una città ancora soffocante; non devo più aprire registri e fare appelli e correggere e valutare e – soprattutto – presenziare a insulse riunioni; non devo più.
Posso tuffarmi dal barchino e non ho intorno nessuno. Potrei nuotare con il Giatt se amasse l'acqua come Pedro... ma mi accontento e mi godo con lui il puccio che fa. Posso andare a piedi o in bicicletta, posso mangiare la frutta dagli alberi e la verdura del nostro orto, posso fermarmi se sono stanca o decidere di proseguire comunque. Posso, in qualsiasi momento, (parafrasando Szymborska) “andarmene via per un po'”: scrivere, respirare il profumo della valle, farmi strada tra gli arbusti e le erbe dell'uliveto, salutare le innumerevoli lucertole, parlare con le nostre galline che invecchiano con noi e mai mangeremo, guardare il mare ogni giorno.
Non devo, posso.
Scelgo.
Seleziono, ma questo è retaggio consolidato.
Come ogni anziano che si rispetti, nel presente che invecchia, torno bambina: metto il broncio d'impulso, assumo espressioni più che decifrabili, riservo tanta tenerezza sempre più al mondo animale, affine da tempo immemore, e provo a recuperare alcuni aspetti del mio carattere attenuati nel divenire adulta, soprattutto il piglio, la determinazione, o testardaggine che fosse, e la risposta pronta; tutto ero meno che accomodante e sulle questioni cardine tuttora non si discute proprio, anzi, si va fino in fondo. Poi, però, mi capita di frequente di scegliere la non reazione: perché non importa, perché si impara a distinguere il rilevante, si riconosce il meritevole, si vedono meglio le azioni e le non azioni. Altre volte invece mi dico che l'etichetta di anziano certifica di non aver nulla da perdere esprimendosi.
Tutt'al più, tempo.
E dici poco? È tutto!
Quindi, uso tutto con accortezza sempre maggiore e sviluppo la ritrosia che mi accompagna: mi rappresenta bene l'immagine dell'orso solitario e scorbutico, capace però di abbracciarti, ingombrante e pesante, anche se “pesante” non più, a obiettivo dieta quasi raggiunto.
Dunque 70, settanta; cifre o lettere, comunque suonati.
E che fai, festeggi? – mi sono chiesta.
Ricordo le poche ma significative feste di compleanno con gli amici: per i vent'anni a Milano, per i trenta a Levanto; li ho festeggiati qui negli ultimi sessant'anni; quasi tutti e quasi sempre con le stesse persone. Alcune mancano da morire e nulla si può.
Ricordo come fosse ora il primo compleanno senza Dog: la sensazione di svegliarmi con lui accoccolato nell'incavo delle mie ginocchia, sul letto che era stato dei nonni, in corso Roma; l'ultimo con Pedro, che non si reggeva più sulle zampe ma sfidava il mondo con un carrello costruito apposta per lui da Andrea, con i pochi attrezzi al momento disponibili. È stato anche l'ultimo nel quale mi sono arrivati gli auguri materni, ma meglio non dire. E papà? Addetto al risotto, piatto immancabile di ogni 11 settembre: un bèl risuti'n (diminutivo con valore di prelibato, recita il prezioso Caretta, Vocabolario lodigiano italiano) giald – cioè con el ssafra'n – lo zafferano. Stargli vicino mentre lo cucinava, senza mai allontanarsi dalla pentola, era uno dei momenti nostri, indimenticabili:
Vuoi un po' di brodo?
Sì, un mestolino.
Com'è?
Buono.
Bevi piano.
Eh, scotta.
Ti prepara lo stomaco.
Gli piaceva così tanto chiacchierare, eppure, non gli ho chiesto abbastanza.
Sono stata incerta su come commentare questo settantesimo e se ricordarlo, ma l'incertezza è svanita presto, alla luce delle precedenti considerazioni e del detto che recita: «un bel tacer non fu mai scritto». Nondimeno, considerati i tanti e affettuosi e graditissimi auguri ricevuti, scrivo giusto queste “due righe” per ringraziare tutti con questo abbraccio da orso scorbutico e ricambiare l'affetto ricevuto. E – in nome del non-festeggiamento – se vi avessi fatto mancare l'occasione per un regalo, potete ancora e sempre farmelo, in qualunque giorno e occasione scegliate: basta acquistare e leggere, e magari regalare ad altri se già avete letto, uno dei miei libri. No, non quelli di ieri – per quanto belli e interessanti, storici posso ben dire; intendo quelli di oggi (sono qui, con relative indicazioni per l'acquisto, ma non vi devo certo insegnare io come) ché sono tutti interamente solidali.
Oppure potete aiutare direttamente i destinatari. E cioé:
il Rifugio di Francy Cognato https://www.facebook.com/sosprimosoccorsocaniegatti
l'Associazione A...Fido https://www.facebook.com/groups/289312438179632
Save the dogs and other animals https://www.savethedogs.eu/
e anche L'Impronta Volontari Indipendenti Canile di La Spezia
https://www.improntavolontari.it/index.html
per il quale non ho ancora scritto nulla, ma è una promessa.
E poi le Croci di Levanto: Croce Rossa e Pubblica Assistenza Croce Verde.
Grazie sin d'ora.
Credo che la fotografia che apre queste righe, scattata da mia madre, racchiuda il senso di ciò che ho provato a dire: l'essenziale è accanto e in braghe di tela; in foto a Milano, in via Pacini, oggi nell'orto e in mezzo al mio mare, sempre con il nostro Giatt.

